Albero di Natale decorato per il Natale 2025, immagine dell’intervista al dottor Guido Buffoli.

Natale 2025

Il Natale 2025 arriva come un appuntamento carico di significati che oscillano tra antico e inedito. Nelle prime settimane di dicembre c’è stato un clima emotivo particolare: un misto di attesa, inquietudine e desiderio di tregua. A livello sociale, chiunque lo osservi con un minimo di attenzione avverte un respiro più corto, quasi trattenuto: l’anno è stato lungo, segnato da trasformazioni politiche e tecnologiche che hanno accelerato il ritmo quotidiano e reso l’immaginario collettivo più instabile, più esposto.

In questo scenario, il Natale 2025 sembra funzionare come un punto di condensazione: non solo una festività, ma uno specchio delle nostre fatiche e delle nostre speranze. Le città si accendono di luci — vetrine, edifici e strade si illuminano, ma con loro anche tutte quelle domande che non possono più restare nell’ombra. La precarietà diffusa, l’incertezza economica, le trasformazioni del lavoro, l’effetto di una digitalizzazione sempre più intrusiva: tutto entra nel tessuto emotivo delle feste.

Ma c’è anche altro. In mezzo a questa complessità, il Natale 2025 rivela un bisogno di cura reciproca più evidente rispetto agli anni passati. Non la cura performativa che hanno reso popolare social e magazine lifestyle, ma una forma più sobria, a volte silenziosa: la volontà di guardarsi senza fretta, di ricostruire la presenza, di fermare la dispersione. Molte persone raccontano una stanchezza nuova, fatta di sovraccarico informativo e relazionale, e al tempo stesso una ricerca di prossimità sincera, non spettacolare.

È come se questo Natale fosse chiamato a un compito diverso: ricordarci che il legame non è un’abitudine festiva, ma un gesto che va riscelto ogni volta. E forse proprio per questo le feste di quest’anno portano un sapore leggermente più reale. Meno immaginario. Meno coreografato.

Per capire come si muovono le dinamiche psichiche sotto la superficie del Natale 2025, abbiamo chiesto al dottor Guido Buffoli di aiutarci a leggere ciò che accade quando una ricorrenza così carica di simboli incontra un presente tanto complesso.

Il Natale 2025 arriva dopo mesi di forte instabilità sociale e tecnologica. Dal suo punto di vista, come incide questo clima sull’esperienza emotiva delle feste?

In linea generale la situazione mondiale aumenta i livelli di imprevedibilità su tanti, troppi fronti. Questo causa sofferenza e disturbi mentali. Diventa poi difficile dimenticare — ancora più di quanto siamo abituati difensivamente a fare — le immagini di guerra, sofferenza e distruzione umana, richiamate giornalmente dai notiziari: l’ennesimo bambino, il neonato morto per ipotermia.

Le luci colorate, splendenti, brillano di meno. Anche il bambinello non stava in un grande comfort, al freddo e al gelo. Purtroppo ce ne sono troppissimi che stanno, o sono stati, peggio. Le loro stelline si spengono e non brilleranno più.

Anche ai tempi di Gesù c’era la guerra. La santa famiglia doveva scappare e, nel momento del bisogno, ha trovato ben poca solidarietà: tutti nelle loro case. Solo la carità di una stalla.
Nonostante tutto, anche allora ci fu l’illuminazione di una stella e le candele dei popolani accorsi a contemplare il miracolo della nascita, con sobrietà per lo più, interrotta per flash dallo sfarzo dei Re Magi.

Non è fuori luogo festeggiare, ora come allora, magari con calda sobrietà, che si tinge del bisogno di stringersi gli uni agli altri per non perdersi, per riconoscere chi siamo, se resistiamo nonostante la rutilante sommersione di clangori sadici e manipolatori, e se possiamo ancora riconoscere il “ribollir dei tini”, dove i corpo-pensieri vadano “l’anima a rallegrar”.

Quest’anno molte persone raccontano un bisogno acuto di tregua. È una risposta all’accelerazione collettiva o qualcosa di più profondo?

Fermiamoci, fermatevi. Si vorrebbe prendere uno per uno presidenti, generali, dittatori e gridare: «We are the people». Possibile che non capiate che non ci sono ragioni, guerre santificabili, che giustifichino l’orrore di cui siamo impotenti testimoni? Basta. Tregua, almeno.

Sappiate però che nell’umanosfera queste grida non vengono disperse o silenziate. Agli squilli di trombe continuano a contrapporsi i rintocchi delle campane, che chiamano a raccolta tutti gli uomini di buona volontà, alla non violenza, ma con fermezza e profonda coerenza.

Nel Natale 2025, dominato da connessioni digitali sempre più pervasive, come cambia la percezione dell’intimità familiare e del “ritrovarsi”?

L’intimità familiare è da tempo minacciata dal fatto che esistono sempre meno luoghi dove non sia chiaro se si è ascoltati, registrati e utilizzati. Non ci si fa caso.
Certo, è diverso dalle registrazioni della polizia segreta di passati regimi, dove persino fra i familiari ci si faceva la spia. C’è chi pensa che siamo schiavi privilegiati, di lusso, senza apparenti catene, ma sempre schiavi. Paranoie? Persecuzione? Non si sa bene.
Nel dubbio ci si astiene dalla franchezza e dalla spontaneità, dal comunicare apertamente. Anche nell’intimità familiare non si sa chi è stato, a forza di dai, più o meno contaminato dall’appartenere a tifoserie condizionanti e giudicanti, piuttosto che dal sentire e pensare con la propria anima.

Quando ci si ritrova, ci si osserva di più con gli occhi, con i sensi, perché quelli ancora telefonini, internet e Google non riescono a spiarli.

Il peso della memoria sembra più forte quest’anno, come se i ricordi bussassero con maggiore insistenza. Cosa attiva questa maggiore risonanza?

Il condizionamento pressante, esterno e interno, a dimenticare almeno per un po’. “Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza.” Ma ogni vulcano, se la pressione interna cresce, prima o poi esplode.
Non se ne può più? Amarcord, mi ricordo, anagrammato, potrebbe voler dire amare il cuore o cuore amaro.

Le incertezze economiche del 2025 influenzano il simbolismo del dono. Cosa rimane del gesto, quando l’oggetto perde centralità?

“O bambino, mio divino… ohi quanto mi costò l’averti amato.”
Sul valore del dono queste vecchie associazioni hanno una loro saggezza, così come la frase, pure pubblicitaria: «A Natale si può amare di più». O cosa sia il senso profondo di regalarsi, o regalare agli altri, un perdono.

Molti vivono una discrepanza tra l’immaginario natalizio “luminoso” e un sentire più ombroso. Che cosa produce questa frizione nella psiche?

Il potere drogato dell’immaginario, formatosi per non essere riusciti a scoprire il senso e la vivida luce dell’illuminazione.
La vecchia contrapposizione fra luce e tenebre, fra vita e morte, porta con sé, specie con i fantasmi dell’immaginario, a temere che da un momento all’altro il soffio gelido della morte spenga le fiammelle della lucerna, o che le fiammelle di un cerino si esauriscano a breve, o che non ci sia più illuminazione artificiale per esaurimento dei combustibili.
O persino che, mentre sei festeggiato, non riuscire a spegnere le candeline della torta in un sol soffio porti male augurio. Anche i canti natalizi oscillano da Stille Nacht a Jingle Bells.

Secondo lei, la vulnerabilità collettiva che attraversa il 2025 rende le relazioni più autentiche o più fragili durante le feste?

Bisognose di autenticità, sì. Ma i troppi condizionamenti sospingono conflitti negati o silenziosi, rendendo le relazioni più solitarie e fragili.
Questo nel breve periodo. Nel lungo dipende dalle maree dell’umanosfera in cui nuotiamo, che resistono ai flussi ben più piccoli della parte umana vampira, che non riesce ad attingere al proprio eros vitale.

Quest’anno la retorica del “fare festa” sembra coesistere con una fatica generalizzata. Come si può abitare questo paradosso senza forzare le emozioni?

Dipende dal travaso sconsiderato del consumismo pubblicitario e dalla ricerca esagerata dello wow, che ci fanno dubitare delle emozioni autentiche e dal non sapere bene cosa sia fare festa, euforia, sballo. Scordammuce ’o passato… pace, pace, mi dispiace.

Possiamo anche dubitare di fare la festa alla festa, nel senso distruttivo. Chi impara a seguire l’istinto si muove anche nella foresta dei dubbi e dei corpo-pensieri. Re-imparando, come i primitivi o da coloro che la abitano da lungo tempo, a distinguere gli istinti, così come i frutti, i fiori, gli insetti, gli animali buoni da quelli pericolosi.

Il Natale 2025 sembra proteso alla ricerca di prossimità non spettacolare. È d’accordo? Se sì, come lo interpreta. Se no, perché?

Mi piacerebbe pensarlo. C’è sempre qualcuno all’avanguardia. Ma nell’insieme si corre il rischio narcisistico di voler far credere di mettere in scena lo spettacolo meno spettacolare dell’anno.

Se pensa al 2025 come un anno di trasformazioni profonde, quale ritiene sia il vero compito psicologico del Natale di quest’anno?

Se si trattasse di Babbo Natale direi che il suo compito psicologico vero era ed è sempre quello di far sentire come l’animo umano sia capace di accorgersi dei bisogni e dei desideri gli uni degli altri, e di provare, attraverso un dono, un’attenzione a soddisfarli, avendone tutti diritto, senza merito o demerito.

Purtroppo, il vero senso è stato modificato, trasformando il Babbo dell’abbondanza nel custode del libro dei buoni e dei cattivi. È caduta nella rete pseudo-pedagogica persino la Befana. A sua discolpa, porta carbone dolce.

Nel Medioevo si portavano i bambini alle esecuzioni capitali e gli si dava prima uno schiaffo, poi un dolcetto. Quale babbo-mamma chiederebbe al neonato affamato se è stato bravo prima di offrirgli tutto il latte nutriente?

Se ci si domanda il compito psicologico del Natale di quest’anno senza personificarlo, può essere quello di ricordare che, per quanto siamo circondati da un sacco di offerte, tentazioni, lenitivi, perversioni, slogan, minacce e condizionamenti, più o meno a buon mercato, i parassiti dell’umanità sono ancora lontani dal controllare l’energia, l’amalgama e il flusso dei nostri corpo-pensieri. Anche se si alleano all’intelligenza artificiale. In un vecchio film una voce profonda annunciava che quel giorno ci sarebbe stata la fine del mondo, mentre una musichetta pubblicitaria cantava: «Bevete più latte, il latte fa bene, il latte conviene a tutte le età».