Il primo libro del dottor Guido Buffoli, Preconscius, è un racconto singolare, narrato ora in prima ora in terza persona. E questo non per un mero vezzo stilistico, più per una necessità. Quella del preconscius stesso: di guardarsi da dentro, ma anche da fuori.
“Preconscius” non è una parola magica né si identifica pienamente con il termine psicoanalitico “preconscio”, ovvero “ciò che sfugge alla coscienza attuale senza essere inconscio”. Né con il termine “inconscio collettivo” usato dai poeti.
È un insieme di sensazioni, pensieri, esperienze e saperi che pervade e permane nella sfera dell’umano da sempre e per sempre.
Un concetto complesso, che il protagonista del racconto riesce a semplificare servendosi di libere associazioni e riflessioni collettive, dal Gollum de Il Signore degli Anelli ai Na’vi di Avatar, dai grandi poeti e pensatori della storia ai più popolari cantanti italiani, dai film più cult alle più contemporanee serie Netflix.
Entrare in comunicazione con il “preconscius” è il modo più efficace per superare i disagi e i tormenti della nostra epoca: la solitudine e la depressione.
E questo racconto ci dimostra che tutti, nessuno escluso, siamo in grado di farlo. In qualsiasi momento.
Abbiamo chiesto al dottor Guido Buffoli di raccontarci il suo rapporto con questo suo primo libro, come autore, come protagonista, come narratore.
Si riconosce nel protagonista del suo primo libro, Preconscius?
In buona parte sì, ma c’è comunque una distinzione fra il personaggio e il narratore, in un continuo intreccio di proiezioni reciproche che lasciano aperto il dubbio di chi parla di chi o a nome di chi.
Come mai ha deciso di iniziare a scrivere? C’è un momento particolare che l’ha portata alla stesura del suo primo libro?
Come ho scritto nel libro, oltre a vari articoli e pubblicazioni scientifiche, ci sono stati diversi momenti in cui, come il personaggio, ho iniziato a scrivere diversi saggi, lasciati poi in sospeso. Circa tre anni fa, data l’età, ho ritenuto che fosse importante raccogliere le mie considerazioni più reali sull’esistere umano, in particolare sul senso da dare al mio esistere, per condividerlo con i miei famigliari e con quella che io chiamo umanosfera.
Cosa le piacerebbe dire ai lettori di questo suo primo libro?
Il messaggio che vorrei dare è che ciò che io chiamo “preconscius” e “umanosfera” sono entità reali, non astratte. E alle quali si può attingere per superare le depressioni, che più volte fanno dubitare un po’ tutti del proprio io. Chi scopre che molte delle nostre cose non vanno perdute, ma continuano a circondarci per sempre, può superare la solitudine. Possiamo tutti fruire e contribuire all’umanosfera, concentrato da sempre delle migliori intuizioni umane, che ci circonda e protegge dagli influssi più primitivi e distruttivi.
Qual è il suo pubblico ideale? A chi ha pensato mentre scriveva questo suo primo libro?
Ho pensato a tutti, senza distinzioni. Tutti pensiamo continuamente, e siamo più o meno poco consapevoli della piena attività mentale e dei suoi funzionamenti. Mente e corpo sono un’unità, anche se tendiamo a considerarli distinti. Riconoscere e dare spaio alle associazioni libere consente di dare ascolto stereo a entrambi.
Senza misconoscere il valore del saper scrivere bene, invito tutti a mettere per iscritto i loro pensieri. Ce ne sono troppi che vanno persi, anche se non del tutto.
Sarebbe bello girare per un mercatino di biglietti e scritti di ogni tipo, liberi di poterli leggere e fare le proprie aggiunte.
Dopo questo primo libro, ha qualche piano per il futuro?
Sì, continuare a scrivere, senza la pretesa di pontificare o insegnare. Solo per lasciare altri semi che possano germogliare e continuare a testimoniare la preziosità della saggezza umana, nascosta anche nei più piccoli pensieri cui tutti possiamo attingere per far convivere lo yin e lo yang.

