Il tempo è l’unica ricchezza che non possiamo accumulare e l’unica povertà che condividiamo tutti. Ma esiste più di un tempo: c’è il tempo che scorre — quello dei calendari, delle scadenze, delle stagioni — e c’è il tempo che si dilata o si affretta dentro di noi.
Il tempo interiore non conosce orologi: si muove a scarti, a riprese, a sospensioni. È il tempo della memoria e del desiderio, quello in cui un minuto può valere un anno, e un anno svanire in un istante. Il tempo esteriore invece è quello della società, della produttività, della natura che fiorisce e si spegne, delle agende che decidono quando essere vivi.
Fra questi due tempi si apre uno scarto — e in quello scarto, spesso, si nasconde la fatica di vivere. Quando il tempo interno non coincide con quello esterno, nasce la tensione, l’ansia, o a volte la creatività.
Abbiamo chiesto al dottor Guido Buffoli di rispondere ad alcune domande sul tema, per approfondire l’incidenza del tempo — interiore ed esteriore — sulla psiche dell’essere umano.
Si può davvero vivere in un solo tempo? O siamo, inevitabilmente, creature sospese tra il ritmo del mondo e quello dell’anima?
Non credo ci sia un solo tempo. L’essenza della complessità dipende da tanti tempi contemporanei che intrecciano passato, presente e futuro… Se poi aggiungiamo la sintassi e la grammatica, possiamo pensare al trapassato remoto, prossimo, all’imperfetto, al futuro…
Una volta l’uomo viveva seguendo il tempo della natura, oggi non è più proprio così.
Questo cambiamento ha avuto conseguenze a livello psicologico, secondo lei?
Se sì, quali?
Continui mutamenti dovuti a varie fasi: cercare di propiziarsi la natura, di difendersi da essa, di dominarla… Alla fine c’è il vissuto depressivo che lei ci sopravviverà… Bisogna però ricordare che l’uomo è natura.
Crede ci sia stato un momento in cui l’uomo ha iniziato a tenere più conto del proprio tempo interiore?
Sì, quando ha cominciato a temere l’abbandono e a scorgere l’ombra della morte.
Crede sia importante ascoltare il proprio tempo interiore?
Non puoi farne a meno, anche se questo non vuol dire che te ne accorgi… ogni cosa a suo tempo…
Crede che in alcuni casi possa invece diventare pericoloso?
Sì, se scivola nel fuori tempo dell’immaginario, e troppo nel condizionale. Ancor peggio nell’imperativo.
Si può dire che l’uomo oggi ha sostituito il tempo della natura con quello della società?
Non credo. Ci sono tante oscillazioni. In fin dei conti l’uomo sa di saperne ben poco dei tempi della natura, anche se non lo ammette.
Come considera il tempo sociale? Utile, pericoloso, innocuo?
Utile, se si allarga al riconoscimento dell’umanosfera, altrimenti pericoloso, purtroppo spesso aggrovigliato su sé stesso e asservito al potere.
Quale potrebbe essere, secondo lei, la formula perfetta tra tempo interiore, sociale e naturale?
Perfetta no, ma la più vicina è quella che si svolge nell’umanosfera.
Quando è rischioso e quando invece è sano e sacrosanto lasciare che il nostro tempo interiore vada fuori tempo?
È sicuramente rischioso. Bisogna sapere cosa si intende per fuori tempo. Ci puoi andare solo con la fantasia e con le difese che ti illudono di farlo… Molto meglio il controtempo, non un contrattempo.
Tra tutti i disturbi che ha curato durante la sua lunga carriera, ce ne sono di strettamente legati al rapporto tra tempo interiore ed esteriore?
Tutti sono collegati e causati da spostamenti sbagliati, incoerenti, da una parte all’altra.
E il suo ritmo interiore? Va sempre a ritmo con quello esteriore, che sia sociale o naturale, o è un jazzista?
Mi piacerebbe essere un jazzista, ma spesso anche i jazzisti, sia bravi che meno bravi, non lo sono — sperano di esserlo, o ci riescono solo per qualche istante. In ogni caso non possono prescindere dal tempo musicale, il che pone sempre la sfida di come sentirsi liberi e creativi muovendosi senza perdersi e riuscendo a ritornare sui sentieri iniziati assieme agli altri.

