Ormai, fortunatamente, il Covid si è ridotto a una semplice influenza. Nessuno lo teme più.
E quindi, parlare di Covid non ha più molto senso. O almeno non lo stesso senso di quando metteva in pericolo le nostre vite e ci spaventava a morte.
Ma questo se per Covid intendiamo esclusivamente il virus.
Se invece per Covid intendiamo proprio quella paura e quel pericolo, quel caos di incertezza e imprevedibilità, contraddizioni, be’, ha ancora molto senso parlarne. Forse anche più di allora.
Per questo motivo oggi abbiamo deciso di pubblicare l’articolo Pandemia, incertezze e difficoltà: psicoanalisi del risveglio di una coscienza sociale. Un’intervista fatta al dottor Guido Buffoli il 10 giugno 2020, pubblicata su “La Voce di Bolzano”.
Perché molte delle profonde ferite che il Covid ci ha inferto allora non si sono ancora cicatrizzate. Hanno ancora bisogno di cure, per poter guarire.
Rileggere il Covid
Perché ha senso parlare ancora di Covid? La risposta ce la dà l’incipit dell’articolo sopra citato:
“In questi mesi di paura e incertezza sono emersi nella popolazione nuovi aspetti di confusione e smarrimento che hanno spinto diverse persone a reazioni contrastanti, rabbiose, anacronistiche e a volte scarsamente ragionate che, per certi versi, lasciano ampi margini di dubbio circa gli sviluppi futuri e la possibilità di sfruttare al meglio le opportunità che risiedono in ogni crisi, anche in questa.”
Il dottor Michele Piccolin, psicologo forense e consigliere dell’Ordine degli Psicologi di Bolzano intervista in merito il professor Guido Buffoli, medico, neuropsichiatra, psicoanalista e professore all’Università di Padova.
Gentile professore che cosa accade alla psiche delle persone con l’insorgere e il mantenersi della pandemia di COVID 19?
Va detto come premessa che due condizioni pesano molto sul clima sociale attuale: una scarsa prevedibilità e una scarsa credibilità. Questi due fattori è noto che a livello psichico del singolo possono favorire disorientamento e, se presenti ad alto livello, disagio e malattia mentale.
Risulta evidente a tutti che precedentemente all’epidemia vivevamo già in un clima di incertezze sia nazionali che internazionali collegati alle crisi socioeconomiche ma anche ai preoccupanti cambiamenti climatici della terra.
Con l’aggiunta di questa epidemia, il clima di incertezze si è ulteriormente aggravato specie perché si tratta di un nemico invisibile e poco conosciuto. Non è ancora del tutto chiaro da dove sia arrivato, come si sia diffuso, in che condizioni diventi più virulento, quali siano i soggetti più predisposti, quali immunità lasci nei guariti, se lasci danni permanenti o debolezze sul sistema immunitario.
Ricordiamo infatti che il sistema immunitario è un insieme complesso che dipende molto anche dall’equilibrio psichico di una persona. Tale equilibrio in molti casi è stato messo alla prova in questo periodo, determinando non solo nei soggetti più deboli ansia, panico, depressione e stati di stress postraumatico.
Quindi in questo senso cosa si sente di affermare circa le misure di contrasto al virus?
L’isolamento ha avuto una sua utilità così come le norme igienico restrittive, ma è noto a tutti che su questi punti ci sono state affermazioni e dichiarazioni contraddittorie, sia da parte della politica che da parte del mondo scientifico. In linea di massima la maggior parte della popolazione si è attenuta alle indicazioni prescritte, ma ci sono stati casi di inosservanza parziale o totale. Non è il caso di soffermarsi in questa sede sui ritardi, sulla mancanza dei presidi, mascherine, guanti e sull’insufficiente informazione su quali usare e su come usarle. Se facessimo una vera raccolta dati su come sono state adoperate nell’insieme ne vedremo delle belle.
Le misure preventive, fra le quali ci doveva essere anche un congruo numero di mascherine accantonate, non sono state attuate. E, come sappiamo, il sistema sanitario in questi anni, pur nella giusta lotta agli sprechi, è stato depauperato arrivando al paradosso che i luoghi di cura sono diventati luoghi di infezione. Sappiamo come in questi mesi in diverse regioni l’ospedalità ha rischiato il collasso e il personale medico e paramedico ha dovuto lavorare con abnegazione, spesso senza i presidi sanitari necessari e con esempi di solidarietà privata per sostenerli.
Queste considerazioni non hanno alcuna intenzione polemica o rivendicativa. Ma possono essere utili se vogliamo essere più consapevoli di quanto ci accade e dei dubbi che condizionano i nostri comportamenti. Non sapendo se la burrasca è passata, se ci dobbiamo aspettare nuove ondate, capire i vantaggi ma anche i danni derivati da questo isolamento ci dispone diversamente a commentare il passato e ad affrontare il futuro.
Ma quali margini sussistono, secondo Lei, affinché questa situazione possa diventare un’opportunità per promuovere una migliore coscienza civile? Per risollevare economicamente il Paese o per trovare un nuovo assetto sociale meno diviso e più responsabile?
Per raggiungere questi traguardi bisogna chiarire se si vuole andare verso un obiettivo minimale di uno stato di norme e di polizia che costringa al rispetto con sanzioni — che però pone problemi di confine con la democrazia — o se si vuole perseguire un progetto di crescita sociale e condivisione. Ma questo obiettivo diventa un’utopia, se i cittadini vengono continuamente sottoposti a informazioni troppo contrastanti sul piano politico, economico e sanitario. Quando 100 paesi vogliono sapere cosa è successo in Cina, quando il presidente americano sospetta l’Organizzazione Mondiale della Sanità, quando uno scienziato fa dichiarazioni scientifiche sul fatto che il virus non è più clinicamente pericoloso e viene smentito da altri e gli stessi si combattono svalutando le reciproche competenze, quando non si capisce quale parte della politica e della giustizia agisce per interessi corporativi e non per il bene comune, e non vengono date risposte chiare a questi dubbi, allora imprevedibilità e scarsa credibilità non solo non favoriscono una coscienza sociale ma possono spingere i cittadini all’isolamento mentale, al disagio, al dubbio, alla frustrazione ed all’aggressività.
Su cosa bisognerebbe quindi, a suo modo di vedere, concentrarsi per il futuro?
Le nuove fasi dovrebbero essere un’opportunità per progetti che mettano in primo piano la salute delle persone sia psichica che fisica, dove non ci si concentri solo sui pericoli dei virus.
Quanto accaduto è un’occasione per dare nuova voce al bisogno delle persone di sapere cosa si intende davvero fare per il clima, per i trasporti, per le energie rinnovabili, per l’alimentazione, per i pesticidi, per la plastica… Ma anche per l’uso indiscriminato di OGM, per l’allevamento zootecnico iper vitaminizzato e ricco di antibiotici, per la spesa pubblica a favore di una sanità adeguata non unicamente centralizzata ma di zona.
Per tutelare l’informazione democratica sarebbe anche necessaria una maggiore trasparenza sulle diverse tesi di grossi movimenti cui afferiscono comunque scienziati che hanno una visione opposta sull’uso dei vaccini.
Non si tratta di tifare per una squadra o l’altra, magari per simpatie politiche. La gente vuole solo sapere quanto servono, se si può stare tranquilli che non danneggino la salute. E non avere dubbi che in qualche modo vengano sponsorizzati in modo predominante per fini commerciali.

